non accettare

Non volevo scriverlo.

O meglio: non pensavo di doverlo scrivere.
Ogni giorno che vivi in una condizione particolare – chiamala disabilità, malattia o semplicemente “ostacolo” – ti sembra già di raccontarti abbastanza solo respirando.


Il silenzio non basta.

Perché il silenzio non cambia nulla.
Le persone continuano a guardarti con gli stessi occhi storti, pieni di compassione o imbarazzo, come se fossi sempre il protagonista di una favola triste che non hai mai chiesto di recitare.


Non accettare. Domina.

Così nasce questo libro: non come atto di coraggio, ma come atto di ribellione.
Non ho voluto scriverlo per dire “accettatevi”, perché l’accettazione è sopravvivenza, non vita.

👉 Io non accetto: io domino.
Domino la malattia, domino la sedia a rotelle, domino gli sguardi.
Non sempre vinco, ma combatto. E già questo cambia le regole del gioco.


Non sono un eroe.

Scrivere è stato anche un modo per rimettere ordine in me stesso.
Perché la verità è che non c’è una linea netta tra forza e fragilità.

👉 Io non sono un eroe, non sono un santo e non sono un miracolo vivente.
Sono un uomo che cade, sbaglia, si incazza, e poi trova un modo per rialzarsi – anche se a volte rialzarsi significa semplicemente imparare a stare seduto con più dignità.


Oltre l’apparenza.

“Oltre l’apparenza” è la mia dichiarazione di guerra all’ipocrisia, al pietismo e a tutte quelle gabbie invisibili che la società ama costruire.

👉 Guardatemi oltre ciò che vedete.
Perché dietro ogni corpo, fragile o forte che sia, c’è una storia che pretende di essere ascoltata.


Non è un libro consolatorio.

Se ti aspetti un libro che consola, non è questo.
Se ti aspetti un libro che motiva a colpi di frasi fatte, non è questo.

👉 Qui troverai il disordine della vita vera:
rabbia, ironia, dolore e anche un pizzico di sarcasmo, perché ridere delle proprie cicatrici a volte è l’unico modo per sopravvivere.


Perché questo libro?

Perché mi sono stancato di farmi definire da altri.
Perché la mia vita, con le sue fatiche e le sue piccole vittorie, non ha bisogno di filtri Instagram né di favole Disney.

👉 “Oltre l’apparenza” non è un titolo: è la mia sfida quotidiana.

Ciao

“Come stai?”

È la domanda più ipocrita, più inflazionata, più vuota… e paradossalmente la più carica di senso.

Frequentando una persona dell’America Latina, ho scoperto che lì “¿Cómo estás?” è tipo un intercalare. Lo dicono più spesso del nostro “ciao”. Ma attenzione: non vogliono davvero sapere come stai. È galateo, non interesse.

Ma anche qui da noi… cambia poco.

Perché se rispondi sinceramente, preparati a rovinare la giornata a qualcuno. Se invece dici “bene”, passi per funzionalmente civile, anche se dentro hai un incendio.

È una trappola. Un invito alla superficialità travestito da gentilezza.

E allora la prossima volta che qualcuno mi chiederà “come stai?”, risponderò così:

“Hai due minuti per l’edizione ridotta o preferisci la versione integrale con drammi esistenziali, satira sociale e colpi di scena?”

Spoiler: nessuno li ha mai quei due minuti.

Cambiare

Quante energie buttiamo nel tentativo disperato di cambiare gli altri?
Amici che “prima o poi maturano”. Partner che “col tempo miglioreranno”.
Spoiler: no. Non funziona.
È come pensare di comprare un forno a microonde e pretendere che diventi un forno a legna.

La verità è semplice (e brucia un po’): se non puoi cambiare gli altri, cambia te stesso.
E non perché gli altri non contino, ma perché l’unica persona che puoi davvero aggiornare sei tu.

Provateci: invece di voler “riprogrammare” chi vi circonda, provate a cambiare il vostro modo di reagire.
Magari vi accorgete che quel difetto che vi irritava… non era poi così devastante.
O forse sì, ma almeno vi siete liberati dall’illusione di poter fare i piccoli psicologi da salotto.


👉 E voi?
Avete mai perso tempo a “ristrutturare” un amico o un partner?
Come è andata a finire?

“Non posso” o “non voglio”?

Ho letto una frase che mi ha colpito: “Molte volte dietro a un ‘non posso’ si nasconde un ‘non voglio’.”

E mi sono fermato a riflettere.
Ci sono situazioni nella vita dove, anche volendo, davvero non possiamo fare certe cose. Lo so bene.
Ma poi ci sono quelle altre situazioni — più sottili, più insidiose — in cui ci fermiamo per paura. Per timore di fallire.
Perché non ci sentiamo pronti, o semplicemente… perché non vogliamo davvero metterci in gioco.

Allora diciamo “non posso”, e ci sentiamo sollevati. Ma non è onestà, è autoinganno.
La verità è che a volte serve il coraggio di guardarci dentro e ammettere che non siamo disposti a pagare il prezzo di certi cambiamenti. E va bene così… ma almeno diciamocelo.

Essere consapevoli dei nostri limiti è importante.
Ma ancora più importante è saper distinguere tra ciò che non possiamo fare…
e ciò che scegliamo di non fare.

E tu, quante volte hai detto “non posso” quando in fondo volevi solo dire “non voglio”?