Il paziente zero

C’è chi lo chiama “sopravvissuto”.
Io preferisco “paziente zero”.
Non perché abbia contagiato qualcuno, ma perché — nel mio caso — sono stato tra i primi a sopravvivere abbastanza da vedere cambiare la malattia, la medicina e persino la percezione del tempo.

Con la mia gravità di SMA, sono tra i più “vecchi”.
E l’età, in certi casi, non è solo un numero: è un traguardo che si sposta sempre un po’ più in là. Ogni anno diventa un record, una medaglia invisibile.
Il futuro, però, continua a fare paura.
Dipendere dai propri genitori quando sei adulto è come vivere con un’ombra alle spalle: sai che un giorno l’ombra sparirà, e tu dovrai imparare a muoverti al buio.

Non penso spesso alla morte — nessuno lo fa davvero — ma penso alla vita: al tentativo quotidiano di stare bene, di far stare bene chi ti circonda.
Forse è questo il segreto: dare agli altri quell’aiuto che abbiamo desiderato e non sempre ricevuto… oppure restituire quello che, con fortuna, abbiamo avuto.

Il paziente zero non guarda gli altri con invidia.
Li guarda con curiosità.
Si chiede cosa sarebbe successo se la cura fosse arrivata prima, se certe scelte non fossero state fatte per paura o per stanchezza.
Ma poi capisce che la vita non è un esperimento controllato: è un test continuo di resistenza, e l’unico risultato valido è esserci ancora.

Nonostante tutto.
Ancora qui.
Ancora vivo.

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Perché

Il perché che ti salva

“Chi ha un perché per vivere può sopportare quasi ogni come.” – Nietzsche

Lezione di vita reale:
Il “come” non lo scegli: ti cade addosso come una diagnosi, una perdita, una sedia che diventa parte del tuo corpo.
Ma il “perché” lo costruisci. Lo trovi nelle persone che restano, nei giorni in cui non va, nel sorriso che ti esce lo stesso.
Io non cerco motivi per lamentarmi — ne ho troppi. Cerco solo uno per continuare, ogni giorno. E finché lo trovo, vinco io.

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La questione lavorativa

👉 “Il lavoro non è carità. È identità.”
Molti pensano che, se una persona con disabilità lavora, lo faccia “nonostante tutto”.
Come se bastasse un contratto per sentirsi inclusi.
Ma non è così.

Il lavoro vero non è un favore: è un riconoscimento.
È la possibilità di dimostrare che hai competenze, idee, valore.
Che puoi contribuire, non solo esistere.

👉 Non voglio un posto per riempire una quota. Voglio un ruolo per fare la differenza.

Chi ti dà fiducia, chi ti affida una responsabilità, non ti sta “aiutando”:
sta semplicemente vedendo ciò che sei.
E in quel momento, finalmente, non sei più “un esempio”.
Sei semplicemente una persona che lavora.


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✍️ Viaggi e incontri

Non serve aspettare.

Quante volte ci siamo detti: “partirò quando avrò più tempo, più soldi, meno problemi”?
La verità è che quel momento non arriva mai.
Il tempo perfetto non esiste.
Se aspetti l’autorizzazione del destino, rimani fermo.

👉 Non serve aspettare il momento giusto. Serve partire.

Le barriere invisibili.

Chi come me convive da sempre con una condizione particolare, sa bene che le barriere esistono. Quelle architettoniche si vedono, sono fatte di scale, porte strette, strade dissestate.
Ma le più pesanti sono invisibili: i dubbi, la paura, la convinzione che “non ce la farò”.
Quelle ti bloccano più di un gradino senza rampa.

I viaggi che ti cambiano.

Non sono i viaggi pianificati al millimetro. Non quelli con l’itinerario perfetto.
Sono quelli che ti colgono impreparato, che ti obbligano ad adattarti, che ti insegnano a sorridere anche quando non tutto fila liscio.

👉 Ogni viaggio è un piccolo atto di ribellione: contro le abitudini, contro la paura, contro l’idea che la tua vita sia già scritta.

La gente che incontri.

Alla fine non ricordi solo le città, i monumenti, i panorami.
Ricordi chi hai incontrato.
Un volto sconosciuto che ti aiuta senza chiedere nulla.
Una chiacchierata improvvisata in una lingua che non parli bene, ma che capisci lo stesso.
Un sorriso che ti rimane impresso più di una cartolina.

👉 Alcune persone passano, altre restano scolpite. Non sai mai chi incontrerai, ed è proprio questo a rendere ogni viaggio unico.

Il vero viaggio.

Non è fatto solo di chilometri.
Il vero viaggio è dentro di te: nelle paure che superi, nei limiti che scavalchi, nelle persone che cambiano il tuo modo di guardare il mondo.

👉 Non viaggiare per scappare. Viaggia per incontrare.

E tu?

Forse non hai bisogno di un biglietto aereo. Forse il viaggio che ti aspetta è semplicemente aprire gli occhi domani e guardare il tuo mondo come se fosse nuovo. 

👉 Perché ogni incontro può essere un inizio.

👉 “Non serve aspettare il momento giusto. Serve partire.”
Ho imparato che le barriere più grandi non sono quelle architettoniche, ma quelle che ci costruiamo da soli.
Se stai fermo ad aspettare che tutto sia perfetto, non partirai mai.
E sai qual è il paradosso?
I viaggi che ti cambiano la vita non li programmi a tavolino: succedono.

Perché non è solo questione di destinazioni, ma di incontri.
Un volto incontrato per caso può insegnarti più di mille guide turistiche.
Alcune persone passano e se ne vanno, altre restano scolpite dentro di te come cartoline che non sbiadiscono mai.

👉 Non viaggiare per scappare. Viaggia per incontrare.
E forse scoprirai che il vero viaggio non è nei chilometri percorsi, ma nelle persone che ti cambiano strada.

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