Ciao

“Come stai?”

È la domanda più ipocrita, più inflazionata, più vuota… e paradossalmente la più carica di senso.

Frequentando una persona dell’America Latina, ho scoperto che lì “¿Cómo estás?” è tipo un intercalare. Lo dicono più spesso del nostro “ciao”. Ma attenzione: non vogliono davvero sapere come stai. È galateo, non interesse.

Ma anche qui da noi… cambia poco.

Perché se rispondi sinceramente, preparati a rovinare la giornata a qualcuno. Se invece dici “bene”, passi per funzionalmente civile, anche se dentro hai un incendio.

È una trappola. Un invito alla superficialità travestito da gentilezza.

E allora la prossima volta che qualcuno mi chiederà “come stai?”, risponderò così:

“Hai due minuti per l’edizione ridotta o preferisci la versione integrale con drammi esistenziali, satira sociale e colpi di scena?”

Spoiler: nessuno li ha mai quei due minuti.

Cambiare

Quante energie buttiamo nel tentativo disperato di cambiare gli altri?
Amici che “prima o poi maturano”. Partner che “col tempo miglioreranno”.
Spoiler: no. Non funziona.
È come pensare di comprare un forno a microonde e pretendere che diventi un forno a legna.

La verità è semplice (e brucia un po’): se non puoi cambiare gli altri, cambia te stesso.
E non perché gli altri non contino, ma perché l’unica persona che puoi davvero aggiornare sei tu.

Provateci: invece di voler “riprogrammare” chi vi circonda, provate a cambiare il vostro modo di reagire.
Magari vi accorgete che quel difetto che vi irritava… non era poi così devastante.
O forse sì, ma almeno vi siete liberati dall’illusione di poter fare i piccoli psicologi da salotto.


👉 E voi?
Avete mai perso tempo a “ristrutturare” un amico o un partner?
Come è andata a finire?

“Non posso” o “non voglio”?

Ho letto una frase che mi ha colpito: “Molte volte dietro a un ‘non posso’ si nasconde un ‘non voglio’.”

E mi sono fermato a riflettere.
Ci sono situazioni nella vita dove, anche volendo, davvero non possiamo fare certe cose. Lo so bene.
Ma poi ci sono quelle altre situazioni — più sottili, più insidiose — in cui ci fermiamo per paura. Per timore di fallire.
Perché non ci sentiamo pronti, o semplicemente… perché non vogliamo davvero metterci in gioco.

Allora diciamo “non posso”, e ci sentiamo sollevati. Ma non è onestà, è autoinganno.
La verità è che a volte serve il coraggio di guardarci dentro e ammettere che non siamo disposti a pagare il prezzo di certi cambiamenti. E va bene così… ma almeno diciamocelo.

Essere consapevoli dei nostri limiti è importante.
Ma ancora più importante è saper distinguere tra ciò che non possiamo fare…
e ciò che scegliamo di non fare.

E tu, quante volte hai detto “non posso” quando in fondo volevi solo dire “non voglio”?