Capitolo 1 — Una città che non se lo aspetta
Catania non era il tipo di città in cui ti aspettavi che nascesse qualcosa di nuovo.
Non davvero.
Era una città che viveva di strati: il nero dell’Etna sotto, il barocco sopra, e in mezzo le persone, che avevano imparato a muoversi senza fare troppo rumore. Qui le cose arrivavano sempre un po’ dopo. Le mode, le opportunità, persino le rivoluzioni. Quando arrivavano, erano già stanche.
Ed era anche per questo che Nino scriveva.
La sua casa si affacciava su una strada come tante, una di quelle che al mattino sanno di caffè e motorini, e la sera diventano più silenziose del necessario. Dal balcone vedeva pezzi di città, non panorami: balconi di fronte, panni stesi, antenne che puntavano verso chissà quale futuro.
Nino non si era mai sentito “bloccato” a Catania.
Si era sentito, piuttosto, radicato. Che è diverso. Le radici non ti impediscono di crescere: ti obbligano a farlo in verticale.
Scriveva da anni.
Non per mestiere, non per successo. Scriveva perché, se non lo faceva, il mondo gli rimaneva dentro troppo a lungo. E certe cose, se non le tiri fuori, cominciano a marcire.
Usava la voce.
Non come scelta narrativa, ma come soluzione pratica. Il corpo, col tempo, aveva deciso di sottrarre possibilità, e lui aveva imparato a non contrattare con ciò che non si può cambiare. Aveva trovato un altro modo per essere preciso. Parlava, e le parole diventavano righe. Parlava, e la confusione prendeva forma.
Il computer era acceso. Sempre.
Non come una dipendenza, ma come una presenza. Come una finestra che non dava sul mare o sull’Etna, ma su qualcosa di più lontano.
Quella mattina stava lavorando a un racconto breve.
Niente di speciale. Un uomo, una decisione presa troppo in fretta, le conseguenze. Storie così ne aveva scritte molte. Gli servivano per allenarsi. Per non perdere il filo. Per ricordarsi che, almeno lì, aveva ancora controllo.
“Apri file,” disse.
La voce del sistema rispose. Obbediente.
Nino non ci fece caso. Era abituato all’obbedienza delle macchine. Le macchine, a differenza delle persone, non promettono.
Dettò le prime frasi con calma, lasciando che uscissero come venivano. Gli piaceva quel momento in cui la parola era ancora aria, e non testo. Era l’unico istante in cui poteva cambiarla senza lasciare traccia.
Fuori, la città faceva il suo rumore di fondo.
Un clacson lontano. Una voce che chiamava da un balcone. La normalità.
Nino si fermò un attimo.
Pensò — senza peso, quasi come si pensa a cambiare marca di caffè — che forse avrebbe potuto provare uno di quei nuovi sistemi di scrittura assistita. Ne parlavano tutti. Miglioravano lo stile, velocizzavano il lavoro, suggerivano alternative.
Tecnologia, insomma.
Cose che di solito passavano da Milano, da Roma, dall’estero. Non da Catania.
Sorrise appena.
C’era qualcosa di ironico nell’idea che una città abituata a guardare indietro potesse fare da sfondo a qualcosa che guardava avanti.
“Vediamo,” mormorò.
Non sapeva ancora che quella curiosità, così innocente, stava per cambiare il modo in cui avrebbe guardato non solo la scrittura…
ma il mondo intero.