
Era l’una e quarantasette.
Lo so perché quando non riesco a dormire guardo sempre l’orario.
Come se il tempo, visto in numeri, facesse meno paura.
La casa era in silenzio.
Quel silenzio pieno, che di notte sembra più grande delle stanze.
Il monitor del computer era ancora acceso.
Una pagina bianca davanti.
Il cursore lampeggiava.
Paziente. Ostinato.
— Non scrivi?
La voce arrivò senza suono.
Non veniva dalla stanza. Veniva da dentro.
— Sto pensando.
— È quello che dici sempre quando non vuoi ammettere che sei stanco.
Sospirai.
— Non sono stanco.
— Sei stanco di essere forte.
Mi voltai verso la finestra.
La città dormiva. Io no.
— Non sono forte.
— Davvero? Tutti ti vedono così.
Sorrisi. Quella specie di sorriso che uso quando non voglio discutere.
— La gente vede quello che faccio. Non quello che temo.
— E cosa temi?
Silenzio.
La macchina della respirazione faceva il suo rumore regolare.
Un suono che negli anni è diventato quasi un metronomo della mia vita.
— Temo il giorno in cui non avrò più chi mi tiene in piedi.
La frase rimase sospesa.
Era la prima vera.
— E pensi che la forza serva a evitarlo?
— No.
— Allora a cosa serve?
Guardai le mie mani.
Così ferme. Così testarde.
— Serve a non far preoccupare gli altri.
— O a non guardarti dentro?
La domanda bruciò più del previsto.
— Se mi fermo, crollo.
— No. Se ti fermi, senti.
Il cursore continuava a lampeggiare.
— Non posso permettermi di sentire sempre tutto.
— Nessuno può. Ma tu non ti concedi nemmeno un margine.
Respirai più lentamente.
— Se un giorno mancasse chi mi sostiene, io cosa diventerei?
— Diventeresti quello che sei sempre stato.
— E cioè?
— Uno che ha paura. E che va avanti lo stesso.
Chiusi gli occhi.
— Non voglio deludere nessuno.
— E chi ti ha chiesto di essere un monumento?
La stanza sembrava più piccola.
O forse ero io che mi stavo togliendo un pezzo di corazza.
— Io non sono indistruttibile.
— Lo so.
— Ho paura.
— Lo so.
— E qualche volta mi sento fragile.
— Finalmente.
Aprii gli occhi.
— Chi sei tu?
— Sono quello che eri quando non avevi ancora imparato a nasconderti.
— O quello che sarò?
— Sono quello che ti ricorda che essere forte non significa essere di pietra.
Il cursore si fermò.
Avevo iniziato a scrivere.
— Allora dimmi una cosa.
— Cosa?
— Se smetto di sembrare forte… resto qualcuno?
La risposta arrivò senza esitazione.
— Resti vero.
Erano l’una e cinquantotto.
Il tempo era passato.
Io no.
Ma qualcosa dentro aveva smesso di trattenere il respiro.