Capitolo I – Il Viaggio dei Sanpietrini
Roma. Luglio. Un sole che sembra uscito da un forno a legna, quelli buoni, quelli che cuociono la pizza e la pazienza umana. Il taxi ci lascia al punto “migliore” – parola del tassista, non nostra – a circa centocinquanta metri dal Colosseo. Peccato che tra noi e la meta ci siano i famosi sanpietrini: lastroni di storia sotto i piedi dei turisti, e sotto le ruote della mia carrozzina.
Io, disabile ma ben determinato, accompagnato da mamma e papà – squadra compatta, amorevole e già sudata – ci inoltriamo tra i flutti umani. C’è il prete in sandali con calzino, il gruppo di tedeschi precisissimi con la guida in mano, e il giapponese super tecnologico con un ventilatore portatile che pare alimentato da energia nucleare miniaturizzata. Lo guardiamo tutti, con una punta di ammirazione e una spruzzata di invidia.
Le ruote sobbalzano, mia madre sgrana gli occhi ogni volta che prendiamo una buca, papà ride cercando di alleggerire il momento. Io, stoico, mi lascio cullare dal ritmo irregolare dei sanpietrini, come fosse una danza antica. Ogni metro è una conquista, ogni ombra un’oasi. Qualcuno ci guarda, altri ci sorridono, e Roma, con la sua faccia sorniona e la sua bellezza stanca, ci osserva con l’indifferenza di chi ha visto passare imperatori, papi e influencer.
Ma noi siamo qui. Siamo famiglia. Siamo in marcia verso l’Anfiteatro Flavio, perché vederlo da fuori non basta. Vogliamo entrarci, annusarne la polvere millenaria, sentire l’eco dei gladiatori nei corridoi e, perché no, magari trovare un altro giapponese con l’aria condizionata da zaino.
To be continued…
Capitolo II – L’Ingresso (ovvero: la vendetta di Giulio Cesare)
Davvero pensavate che avremmo affrontato le code?
Noi? Che discendiamo – idealmente – da Giulio Cesare, stratega, pianificatore, maestro del “divide et impera”? Figuriamoci. Il biglietto l’abbiamo preso online, ovvio. E per fortuna, perché lì fuori, sotto quel sole gladiatorio, le file sembrano colonne di pelle umana in lenta fusione.
Saltare la coda però non significa saltare la folla. Anzi. Dobbiamo comunque avanzare come un piccolo corteo regale tra la gente: spintoni, zaini, cappelli a tesa larga che accecano, bambini in corsa, fotografi compulsivi e, in mezzo a tutto questo caos ordinato, noi tre. Il trio eroico. Mamma, papà e io – il più comodo, paradossalmente, grazie al mio trono su ruote.
Arriviamo al punto dei controlli. Per un attimo il dubbio ci attraversa: “E se ci chiedono il passaporto? E se dobbiamo tornare indietro? Se questa fosse una trappola degna di un senatore romano geloso?” Ma no. Il personale, gentile come un Cesare innamorato, ci apre il varco. Ci sorridono. Ci fanno passare. Ed eccoci dentro.
La parte bassa del Colosseo. Pavimento regolare. Ombra. Sì, finalmente ombra. Lì dove un tempo ruggivano i leoni, oggi sospirano i turisti. E tra quelle antiche mura, sentiamo quasi un sospiro di sollievo provenire dai secoli: “Benvenuti, avete vinto la vostra battaglia.”
Ci guardiamo. Ridiamo. Roma, per ora, ci ha accolto.
Capitolo III – L’Ascesa (e il grido del pubblico)
Se il Colosseo fosse un monte, l’ascensore sarebbe la nostra via più nobile per raggiungerne la cima. Lo cerchiamo, lo troviamo. E finalmente saliamo. Saliamo sul passato, sopra secoli di storia e polvere gloriosa. L’ascensore si apre come una porta segreta, e la luce di Roma ci investe di nuovo, ma stavolta dall’alto.
Eccoci, affacciati sull’arena. L’interno del Colosseo si svela maestoso, ampio, imponente. Ogni pietra racconta battaglie, sudori, amori, illusioni di eternità. E noi siamo lì. Non più spettatori. Ma protagonisti.
Sì, è vero, tutti ricordano Il Gladiatore, quel film dove la folla impazziva per il generale romano. “Massimo! Massimo!” gridavano. Ma oggi no. Oggi la folla è immaginaria, ma il boato è reale, almeno per noi.
“Ninooo!” risuona tra le volte di travertino, tra selfie e guide multilingua. È un nome che non scende nell’arena, ma che la conquista lo stesso, con dignità, con fatica, con ironia. Con famiglia.
Ci facciamo fotografare. Abbracciati. Soddisfatti. Un po’ sudati, sì, ma felici. Roma, col suo fascino ambiguo e millenario, ci ha accolti dentro il cuore della sua gloria. E noi, piano piano, ce ne stiamo impossessando.
La storia continua. Ma per ora, una battaglia è vinta.