La parola “ausilio” spesso viene sussurrata. Come se usare un supporto tecnologico o un dispositivo medico fosse una sconfitta. Ma nella mia esperienza, gli ausili sono ali, non catene.

Per anni, ho considerato la mia sedia a rotelle come un simbolo di debolezza. Mi vergognavo. Poi, un giorno, ho capito: non è un limite, è libertà su ruote.

Viviamo in un’epoca in cui la tecnologia può fare miracoli. Smartphone, comandi vocali, app pensate per migliorare l’autonomia: sono tutti strumenti che possono trasformare la vita di chi ha una disabilità. Ma c’è un problema: nessuno ce lo dice.

Molte delle soluzioni che mi hanno cambiato la vita non le ho scoperte nei centri medici, ma parlando con altri come me.
Su un volo aereo, un uomo mi racconta di un ausilio chiamato condom urinario. Una cosa semplice, ma rivoluzionaria: mi ha permesso di uscire, viaggiare, lavorare senza dover sempre dipendere da qualcuno per andare in bagno.
Vent’anni dopo, mi chiedo ancora: perché nessun medico me ne aveva mai parlato?

La risposta è amara: la disinformazione costa cara.
E se non hai le risorse – economiche, culturali, umane – rischi di restare indietro, in trappola, anche quando esistono soluzioni reali e già pronte.

Ecco cosa ho imparato, e che voglio trasmetterti:

  • Gli ausili non sono simboli di resa, ma strategie di indipendenza.
  • Non aspettare che sia il sistema a darti tutto: informati, chiedi, esplora.
  • Anche una chiacchierata con uno sconosciuto può aprirti un mondo.
  • Ogni euro speso per la tua autonomia è un investimento nella tua libertà.
  • Condividi ciò che scopri. Ogni informazione può cambiare la vita a qualcun altro.

La mia sedia mi solleva fino all’altezza degli occhi degli altri.
I miei dispositivi mi fanno navigare, scrivere, vivere.

Non chiamateli limiti.
Chiamateli potere.

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